Michele Dalla Palma 

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Mi racconto attraverso un insieme di immagini apparentemente scoordinato, che mette insieme scatti vecchi di quarant'anni con altri realizzati "ieri"...
ma, dalle solitudini del Sahara alla verticalità del K2, dagli orizzonti della Patagonia alle magie della Natura nell'Ovest degli Stati Uniti, dai deserti tibetani alla vita delle ultime tribù africane, dalle atmosfere del sudest asiatico alle scenografie irreali delle mie montagne, le dolomiti, dalle valli himalayane alle foreste dell'Equatore, esiste, nel mio modo di confrontarmi col mondo, un filo conduttore che è, da sempre, lo stesso... 
 
Ho imparato a fotografare per necessità 

Da sempre affamato di scoprire, guardare, e a volte anche capire il mondo che mi circondava, non sono mai riuscito a rinunciare al desiderio irrefrenabile di abbandonare, sempre più spesso, la tranquilla sicurezza e le certezze della quotidianità per rincorrere fantasie in luoghi sempre più lontani dalla mia realtà.

Quella, rassicurante e conosciuta, che tutti abbiamo imparato a vivere e interpretare fin da bambini.

 

Ma esistono mille altre e diverse realtà, e riusciamo ad avvicinarle, a guardarle, e a volte anche capirle solo se ci liberiamo delle nostre - troppe - infrastrutture mentali e culturali.

Ho imparato a scattare immagini per necessità

Perché, fin da bambino, ho sentito, inesorabile,  il desiderio di raccontare quello che gli occhi osservavano. Ma le mie mani non sanno dipingere, non hanno imparato a scolpire, non riescono a dare forma alle mie emozioni.

E a volte mi riconosco, nel sorriso di un bimbo, nelle rughe di un vecchio, negli occhi di una donna, e molto più spesso nella bellezza assoluta di un paesaggio o nell’apparente e misteriosa immobilità di un orizzonte.

In quei momenti non riesco a rinunciare al desiderio di impossessarmi di quell’attimo, farlo mio per sempre, isolandolo in un’immagine, rubandolo al tempo.

Perché la memoria e i ricordi sono troppo spesso bugie.

 

In questo pensiero, costruito e chiarito in infiniti sguardi, è raccolta e descritta la mia passione per la fotografia. 

Intesa, sempre, come mezzo per catturare la realtà, mai per manipolarla.

La fotocamera è un magazzino dove stivare idee, emozioni, istantanee già immaginate nei pensieri.

Mai nulla accade per caso e fortuna

Il fotografo è un cacciatore. Va a caccia di momenti irripetibili, e per cacciare si deve saper riconoscere l’essenza delle cose e praticare l’arte dell’attesa. Per prendere il cervo o il lupo, devi imparare tutto del suo essere. Devi diventare come lui. Sapere come e dove vive, tempi e ritmi della sua esistenza, carattere, abitudini, emozioni, certezze e paure. 

Solo allora potrai sperare di sorprenderlo, nel punto esatto dov’è puntato il tuo mirino.

Ho imparato a usare così la macchina fotografica

Nessuna delle mie fotografie è frutto di un attimo fortuito. A prescindere che si tratti di uno sguardo o dell'ultimo raggio di sole al tramonto, ogni immagine è l'attimo finale di un percorso di studio e conoscenza preventiva, rigorosamente “sul campo”, di quello che desidero trasformare in racconto visivo.

Il desiderio di “congelare” la realtà, senza imprevisti o sorprese, ma anche senza manipolazioni o trucchi, e la pretesa – puramente etica – di rispettare, evitando qualsiasi interazione, la vita e gli spazi di qualsiasi soggetto protagonista delle mie immagini, siano persone, animali o ambienti, mi ha costretto a imparare a conoscere, per saperli prevedere, “pensiero e azione” dei protagonisti dei miei scatti.

 

Perchè sono convinto che la fotografia di reportage sia basata sulla conoscenza e sul rispetto dei soggetti, molto più e molto prima che sulle mere “tecniche” fotografiche, ancorché indispensabili come strumento tecnico per realizzare uno scatto.

E la forza di un racconto fotografico, a prescindere che si tratti di una sequenza di immagini o di un singolo scatto, non si ottiene con stratagemmi teatrali, trucchi o manipolazioni, ma si realizza con un approccio etico e filosofico, senza preconcetti, a “quella” realtà, che permette di avvicinare, assorbire, penetrare e cogliere l’essenza e l’anima di un momento. 

E consente a ogni futuro osservatore di quell'immagine  di interpretare e “vivere”, mediato dalla propria esperienza e sensibilità,  uno scatto fotografico, che quanto più è depurato di ogni interpretazione personale, tanto più sarà universalmente comprensibile.

 

Questa è, per la mia esperienza, l'essenza di ogni  fotografia che voglia, in modo onesto, raccontare un frammento di realtà.

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